Anteprima libro "Il Vangelo secondo una psicologa" di Valentina Sciubba; Ed. &Mybook
normalmente a disposizione, in particolare, dello psicologo clinico; questo lavoro perciò come già detto, non è una critica storica né ha pretese di dissertazione teologica, esso vuole solo essere uno studio psicologico del testo.
Il libro è acquistabile on line sul sito dell'editore www.andmybook.it o su librerie on line o in librerie che lo richiedano direttamente all'editore
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Cos'hanno veramente voluto dire gli evangelisti?
Ognuno di noi, in ciò che scrive esprime dei significati che vanno oltre il puro significato delle parole e delle frasi derivabile dal vocabolario, dalla sintassi, dal senso comune e dall'ambiente culturale. Infatti, uno stesso tema dato a dieci persone diverse sarà sviluppato in dieci differenti elaborati. C'è pertanto un'impronta personale in ciò che si scrive da cui sono ricavabili informazioni "altre" su contenuti emozionali e inconsci dell'autore che è possibile cogliere non con un'analisi letterale e semantica del testo, ma con un'analisi psicologica di esso.
Esiste cioè una sorta di "linguaggio non verbale" proprio dell'elaborato scritto che, come il linguaggio non verbale della postura, della mimica ecc. rivela contenuti profondi, difficilmente manipolabili, che possono non collimare perfettamente con l'informazione esplicita e si aggiungono ad essa.
Questo libro ha cercato di estrapolare dal testo dei Vangeli per l'appunto queste informazioni "altre" che rimandano alla psiche degli evangelisti.
Esse, essendo inestricabilmente collegate ai contenuti della narrazione, sono state spesso coniugate anche all'analisi psicologica dei personaggi. L'opera è pertanto un'analisi psicologica del testo del Vangelo riconosciuto.
Si può analizzare uno scritto utilizzando per quanto possibile le conoscenze e la sensibilità proprie di uno psicologo? Questo lavoro vuole essere un tentativo in tal senso.
Il titolo dell’opera non rimanda ovviamente ad una nuova narrazione della vita e della predicazione di Gesù, ma vuole soltanto, un po’ provocatoriamente e si spera favorevolmente, attirare l’attenzione sulla psicologia quale disciplina in grado di apportare utili contributi alla comprensione di eventi, persone, contesti. Ciò che si vuole proporre è un’analisi di alcuni brani delle Sacre Scritture che mira ad identificarne gli aspetti ed i significati psicologici salienti.
Nessuna pretesa da parte dell’autore di rivisitare i Vangeli dal punto di vista storico, filosofico o teologico e nessun interesse neppure ad indagare sulla stessa esistenza storica di Gesù. Uno scritto di per sé è un “dato” analizzabile, indipendentemente dalla sua rispondenza alla realtà storico-ambientale cui pure si riferisce.
Che cosa può aggiungere di nuovo una lettura del Vangelo da parte di uno psicologo? Senz’altro si possono commentare avvenimenti, dialoghi ecc. alla luce delle conoscenze della psicologia sperimentale, oppure facendo riferimento alle teorie sulla comunicazione o sullo sviluppo
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ed il funzionamento della mente. Più in generale si possono cercare di evidenziare aspetti e significati non immediatamente evidenti. Poiché l’agire umano è spesso determinato da motivazioni inconsce o non completamente consce, ci si può proporre l’obiettivo di individuare questi aspetti inconsci che animano e caratterizzano i personaggi della narrazione. Inoltre, assumendo che anche l’attività dello scrivere, come qualunque attività umana, contenga significati impliciti, appartenenti ad una sfera subconscia o inconscia dello stesso scrittore, si può allargare l’analisi ad essi.
Lo psicologo nella sua attività diagnostica utilizza vari strumenti: le sue conoscenze, l’osservazione dei comportamenti, delle relazioni e del contesto, l’ascolto dei contenuti espliciti ed infine anche se stesso quale individuo capace di empatia e di emozioni/sentimenti evocati dal quadro e dalle persone oggetto della diagnosi. Nella psicodiagnosi inoltre, soprattutto in ambito clinico, vengono frequentemente usati i test psicologici.
Nel caso di un testo, oltre al significato letterale del linguaggio scritto, possono essere osservati altri elementi che, pur connessi al suddetto linguaggio, lo arricchiscono e ne consentono un’interpretazione che va oltre il livello puramente semantico. Mi riferisco ad esempio alla modalità di costruzione delle frasi, alla scelta e ripetizione dei termini, all’uso della punteggiatura ecc., cioè a quegli aspetti strutturali del discorso mediante i quali l’autore ha scelto di esprimere determinati contenuti. Uno stesso concetto può essere espresso in molti modi diversi, pertanto quegli aspetti del linguaggio scritto che sono espressione di un comportamento che potremmo definire “paralinguistico” nella redazione di un testo, sono analizzabili anche da un punto di vista psicologico, in quanto possono rivelare
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contenuti mentali attinenti ad una sfera inconscia o subconscia dell’autore.
Quand’anche il testo fosse il risultato dell’opera di più autori, esso sarebbe sempre comunque l’espressione di una concordanza tra essi o per lo meno dell’ultimo redattore con i precedenti.
I contenuti della narrazione possono ovviamente rimandare a conoscenze proprie della psicologia ed all’analisi del comportamento verbale e non verbale dei personaggi.
L’analisi delle emozioni suscitate dallo scritto in chi legge è sicuramente importante, contribuendo all’interpretazione e alla “lettura” del testo stesso, ma ritengo che richiederebbe una complessa analisi di fattori culturali e personali e non sarà pertanto affrontata se non marginalmente.
Infine l’empatia: secondo le neuroscienze le capacità empatiche derivano dall’attività dei “neuroni specchio”, cellule del cervello che si attivano sia nel compiere determinati movimenti, sia nell’osservare gli stessi movimenti compiuti da altri. L’empatia perciò sarebbe strettamente collegata alla capacità di “rispecchiare” e “rivivere” l’attività altrui. Nel caso di un testo si può provare a cercare di rivivere empaticamente il comportamento dei protagonisti della narrazione o persino l’attività di redazione del testo stesso.
In questo lavoro si è cercato di utilizzare gli strumenti sopraelencati, focalizzando l’attenzione in particolare sull’attività di “redazione” del testo e sulle caratteristiche psicologiche dei personaggi.
Per ovvi motivi alcuni degli strumenti utilizzati dallo psicologo non dànno sufficienti garanzie di obiettività per cui nel fornire una diagnosi o un’interpretazione è importante la “concordanza degli indicatori” ossia che i dati forniti dai diversi strumenti portino ad un insieme coerente e non contraddittorio. Anche nell’attività clinica lo psicologo
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procede quasi sempre inizialmente con ipotesi psicodiagnostiche che vanno poi verificate. Nel caso della lettura del Vangelo, sia per il limitato utilizzo degli strumenti diagnostici, sia per la complessità e il carattere della materia, il margine di incertezza di un’attività interpretativa e diagnostica appare maggiore, pur restando applicabile il criterio della concordanza degli indicatori.
Oggetto primario dell’indagine dello psicologo è la soggettività, i cui contenuti possono essere razionali, aderenti alla realtà ambientale o meno. Una fobia ad esempio può sembrare del tutto irrazionale e non avere alcuna giustificazione concreta, non di meno è “reale” per l’individuo che ne soffre, costituisce un contenuto essenziale della sua soggettività ed emotività. Nell’accostarmi alla lettura del Vangelo, non ho inteso uscire dalla soggettività degli evangelisti; vale a dire, come ripeto, non ho inteso valutare o criticare razionalmente, storicamente o filosoficamente, quanto narrato o affermato dai Vangeli, essendo la soggettività del narratore già di per sé oggetto di indagine. La mia analisi parte dal “dato” che chi ha scritto i Vangeli ha desiderato narrare avvenimenti e insegnamenti di Gesù e non intende criticare l’opera degli evangelisti dall’esterno, ma solo cercare di ampliarne la comprensione, allargandola a significati sottesi e magari inconsci. Al più lo psicologo può valutare la coerenza interna e complessiva dello scritto quanto a contenuti, sempre cercando di coglierne quegli aspetti non immediatamente evidenti che costituiscono l’oggetto privilegiato della sua indagine.
Ho scelto di commentare alcuni passi evangelici proposti dalla Chiesa Cattolica nella messa domenicale, durante il corso di un anno solare; pertanto essi non derivano da una scelta personale anche se non sono neppure frutto di una scelta del tutto casuale.
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L’analisi è stata condotta principalmente sui brani riportati dai periodici normalmente distribuiti nelle chiese in occasione delle funzioni domenicali. Per evitare comunque qualunque controversia relativa ai diritti d’autore, i brani riportati appartengono a una versione molto antica della Bibbia, quella di Giovanni Diodati, edizione riveduta del 1877; chi volesse può pertanto fare riferimento a versioni più recenti. Alcune differenze che a mio avviso potevano essere di un certo rilievo tra la traduzione del Diodati e quella più recente adottata dalla Chiesa Cattolica sono state annotate e commentate.
Non tutti i brani delle domeniche sono stati tuttavia commentati o per motivi contingenti quale mancanza del periodico con le letture solitamente distribuito ai fedeli, o per essere il brano troppo lungo e non continuativo,in cui cioè venivano riportati due gruppi di versetti non consecutivi o, molto più raramente, perché il contenuto mi sembrava simile a quello di altri brani. Due brani sono stati scelti aprendo a caso il Vangelo: Gv. 3,22-36 e Lc. 22,63-71. I brani, tranne ovviamente i due scelti aprendo a caso il Vangelo, sono in “ordine cronologico” vale a dire secondo la successione prevista dalla liturgia tra ottobre 2007 e settembre 2008. Soltanto gli ultimi tre brani non sono stati posti precisamente in questa successione; i primi due perché, pur essendo relativi al 15 agosto e al 14 settembre 2008, sono stati esaminati per ultimi e quello sulla resurrezione perché dimenticato e poi ritrovato, senza il corrispondente periodico della domenica ed a lavoro praticamente ultimato, in occasione della Pasqua 2009. Complessivamente i brani commentati sono trentaquattro, numero risultato del tutto casuale.
Ciò che vuole contraddistinguere quest'opera dai molteplici lavori già esistenti di teologi, storici, esegeti è l’utilizzo di conoscenze, strumenti e sensibilità propri dello psicologo e
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L’attenzione alla peculiarità del “sapere psicologico” rimanda alla purtroppo frequente confusione e sovrapposizione che si riscontra tra professioni e vocazioni diverse quali quella del medico, dello psicologo e del sacerdote. È facile che il medico o il sacerdote debbano confrontarsi con problematiche psicologiche come pure è possibile che lo psicologo si occupi delle componenti psicosomatiche nelle malattie o di situazioni con risvolti etico-religiosi. E’ importante tuttavia che ciascuna di queste tre figure riconosca e non invada le competenze delle altre se non vuole correre il rischio di causare gravi danni a quell’uomo che pure vorrebbe curare, promuovere, salvare.
Medicina, psicologia e religione sono settori di conoscenza diversi seppure contigui.
DAL CAPITOLO: LA MADRE MIRABILE
(Episodio delle Nozze di cana)
pag.14-15
I genitori non solo mettono al mondo i figli, ma sono anche le prime figure che trasmettono loro cultura e tradizioni; in tal modo, ancorano e collegano i nuovi nati alla società. Per il bambino i genitori o chi per loro sono i principali punti di riferimento, da essi il bambino dipende per la sopravvivenza e ciò comporta che il figlio sviluppi non solo dei doveri verso i genitori, ma anche una serie di legami e condizionamenti nei riguardi della famiglia e della società. Ciò non deve essere valso in egual misura per Gesù, in particolare i condizionamenti sociali devono essere stati per lui minimi e quasi nulli. Infatti, chi lo aveva chiamato alla vita? I suoi genitori non erano propriamente “naturali” come quelli di tutti gli altri bambini e colpisce il fatto che non si trovi in tutto il Vangelo un passo dove Gesù chiami Maria direttamente “mamma” o “madre”; piuttosto Egli la chiama “donna” come nell’episodio delle nozze di Cana.
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pag.22-25
Se la vita e la figura di Maria sono quindi strettamente e indissolubilmente legate al Figlio e sono un mistero per vari aspetti, c’è un episodio nel Vangelo che, se possibile, accresce ancora di più l’importanza di questa donna e il mistero che la avvolge: l’episodio delle nozze di Cana.
Papa Giovanni Paolo II deve averne colto l’assoluta rilevanza se lo ha inserito nella recita del S. Rosario tra i misteri della Luce. Vale la pena riportare il brano per intero (Gv. 2,1-11) dal Vangelo di Giovanni, il discepolo tra l’altro, che divenne il figlio acquisito di Maria ai piedi della croce.
1 E tre giorni appresso, si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era quivi. 2 Or anche Gesù, co’ suoi discepoli, fu chiamato alle nozze. 3 Ed essendo venuto meno il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. 4 Gesù le disse: Che v’è fra te e me, o donna? l’ora mia non è ancora venuta. 5 Sua madre disse ai servitori: Fate tutto ciò ch’egli vi dirà. 6 Or quivi erano sei pile di pietra, poste secondo l’usanza della purificazion dei Giudei, le quali contenevano due, o tre misure grandi per una. 7 Gesù disse loro: Empiete d’acqua le pile. Ed essi le empierono fino in cima. 8 Poi egli disse loro: Attingete ora, e portatelo allo scalco. Ed essi gliel portarono. 9 E come lo scalco ebbe assaggiata l’acqua ch’era stata fatta vino (or egli non sapeva onde quel vino si fosse, ma ben lo sapevano i servitori che aveano attinta l’acqua), chiamò lo sposo, e gli disse: 10 Ogni uomo presenta prima il buon vino; e dopo che si è bevuto largamente, il men buono; ma tu hai serbato il buon vino infino ad ora. 11 Gesù fece questo principio di miracoli in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria; e i suoi discepoli credettero in lui.
In questo brano sono centrali lo scambio verbale tra Gesù e Maria e il successivo comportamento di quest’ultima. Nel rivolgersi a Gesù, Maria lo informa che è sopravvenuto un problema che rischia di rovinare il matrimonio: il vino per i commensali è terminato; ella così implicitamente sollecita il Figlio, se può, a fare qualcosa per risolvere il detto problema. La risposta di Gesù è distaccata e quasi glaciale. Egli anzitutto non chiama Maria “madre”, ma “donna”, termine che rimanda soprattutto al passo della Genesi 3,15-20, laddove Dio, rivolgendosi al serpente, preconizza: “porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la tua stirpe e la stirpe di lei…”. Gesù così riconosce il ruolo salvifico di Maria, ma nello stesso tempo come un figlio ormai cresciuto, sembra rivendicare la sua autonomia nelle scelte, nei tempi e modi delle sue azioni. La frase successiva “non è ancora giunta la mia ora” è probabilmente esplicitabile come “non mi è arrivato alcun segno che io debba iniziare a manifestarmi più apertamente agli uomini”.
La risposta comportamentale e verbale di Maria ha dello straordinario. Ciò che il Figlio le aveva appena detto avrebbe probabilmente gelato e frenato chiunque, non lei che invece si direbbe non ne è minimamente scalfita. Inoltre ella, ordinando ai servi di compiere ciò che il Figlio avrebbe detto, mostra un’incredibile sicurezza su ciò che sarebbe accaduto; è come assolutamente certa che Gesù si sarebbe adoperato per il bene, che avrebbe aiutato gli sposi.
L’aspetto forse più importante comunque della risposta di Maria è il suo significato in riferimento all’affermazione di Gesù: “non è ancora giunta la mia ora”. Con il suo comportamento Maria indirettamente dice al figlio che la sua ora è giunta, che è tempo che egli inizi la sua missione e si manifesti al mondo. È Maria che spinge il Figlio nel mondo e, nel far questo, assume un ruolo che nella famiglia è solitamente rivestito dal padre. Teorie psicologiche e pratica clinica indicano infatti che solitamente o comunque più frequentemente la madre è la figura che più tende a trattenere nell’ambito familiare i figli, a volte contribuendo a impedirne patologicamente il fisiologico “svincolo” verso l’autonomia, l’indipendenza economica e la realizzazione socio-affettiva; il padre al contrario è solitamente più pronto a favorire e promuovere il percorso del figlio verso l’autonomia.
L’operato di Maria appare anche quel “segno” che Gesù stava aspettando, quel segno che gli facesse capire che i tempi della sua manifestazione erano maturi. Ciò mi ricorda anche l’enorme importanza che a volte riveste il consenso dei genitori riguardo alle scelte importanti dei figli nel loro percorso verso l’autonomia. Accade non infrequentemente che questo percorso si blocchi, con inevitabili gravissime conseguenze, proprio per l’enorme desiderio/bisogno da parte del figlio di questo consenso negato. Ciò può avvenire ad esempio se il legame affettivo è troppo stretto e uno dei due protagonisti abnormemente dipendente affettivamente dall’altro. Non è probabilmente questo il caso di Maria e Gesù, considerata la “durezza” della risposta di quest’ultimo a sua madre, la qual cosa denota una discreta e più che giusta “distanza affettiva”. Gesù d’altra parte si era già presumibilmente allontanato dalla sua famiglia di origine: aveva dimorato quaranta giorni nel deserto, aveva chiamato a sé i primi discepoli e probabilmente viveva assieme a loro.
Ad ogni modo, Gesù praticamente “obbedisce” all’invito della madre ad agire, è pronto nel cogliere il momento, l’impulso, il segno dei tempi.
Chi era questa donna così potente da sapere ciò che doveva avvenire e da decidere l’effettivo avvio della missione del figlio nel mondo? Quanto grandi il suo potere e la sua conoscenza dei piani di Dio?
Per il piano di salvezza di Dio sono stati essenziali un uomo e una donna e Maria non appare essere solo lo strumento per la nascita del Cristo, ma una donna con potere decisionale e attiva promotrice della missione di quest’ultimo.
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DAL CAPITOLO: ANALISI DI PASSI EVANGELICI
pag.27-29
Luca 17,11-19
11 Or avvenne che, andando in Gerusalemme, egli passava per mezzo la Samaria e la Galilea. 12 E come egli entrava in un certo castello, dieci uomini lebbrosi gli vennero incontro, i quali si fermarono da lungi. 13 E levarono la voce, dicendo: Maestro Gesù, abbi pietà di noi. 14 Ed egli, vedutili, disse loro: Andate, mostratevi a’ sacerdoti. Ed avvenne, che come essi andavano, furon mondati. 15 Ed un di loro, veggendo ch’era guarito, ritornò, glorificando Iddio ad alta voce. 16 E si gettò sopra la sua faccia ai piedi di Gesù, ringraziandolo. Or colui era Samaritano. 17 E Gesù prese a dire: I dieci non son eglino stati nettati? e dove sono i nove? 18 Ei non se n’è trovato alcuno, che sia ritornato per dar gloria a Dio, se non questo straniero? 19 E disse a colui: Levati, e vattene; la tua fede ti ha salvato.
“Amor ch’a nullo amato amar perdona”. Questo verso di Dante bene si presterebbe a sintetizzare e commentare questo brano del Vangelo di Luca.
L’evangelista inizia col dirci che Gesù visitava villaggi sia di ebrei “puri”, sia di ebrei considerati “eretici” in materia di fede e dalla “ebraicità” dubbia, come i Samaritani, storicamente discendenti da quegli ebrei rimasti in Israele al tempo della deportazione del popolo a Babilonia e parzialmente fusi con popolazioni pagane.
Dieci lebbrosi che evidentemente sapevano del suo arrivo e lo aspettavano, lo apostrofano con il titolo di “maestro”, riconoscendo pertanto la sua autorità, la sua capacità di insegnare e di fare cose grandi.
La reazione di Gesù alla richiesta dei malati è pronta e sicura; con il suo invito a presentarsi ai sacerdoti, egli sembra dire: “state tranquilli che guarirete”; la legge ebraica infatti, imponeva a coloro che guarissero dalla lebbra di presentarsi ai sacerdoti. Tale invito presuppone il convincimento di Gesù che Egli è venuto per guarire e sanare coloro che credono in Lui.
L’evangelista ci dice poi che effettivamente avvenne ciò che Gesù aveva in certo modo profetizzato. Solo uno dei dieci e per di più samaritano, l’eretico, che non aveva la fede più pura ma dimostra di avere la saggezza del cuore, torna indietro prima di presentarsi ai sacerdoti, per ringraziare Gesù, amarlo, onorarlo e lodare Dio. Così facendo, mostra di porre in secondo piano i comandamenti della legge ebraica, persino quello datogli da Gesù stesso, relativo al doversi presentare ai sacerdoti.
Ma Gesù pone molte domande sugli altri nove, sul perché non sono tornati anch’essi, con un’insistenza che mostra il suo amore, la sua sollecitudine verso di essi e il suo dolore per la loro ingratitudine. Anch’egli così sottolinea che l’amore, la gratitudine, la vicinanza (il gettarsi ai piedi di Gesù) sono più importanti del rispetto dei precetti della Legge. Gesù usa le parole “render gloria a Dio” (vers. 18), così significando che è Dio che ha guarito per mezzo suo.
Nell’ultima frase Gesù parla di salvezza: il Samaritano non è soltanto guarito, il fatto che egli abbia creduto in Gesù, in chi lo ha amato, e sia tornato a ringraziare lo ha reso degno dell’amore di Dio. Così la fede si intreccia indissolubilmente all’amore ed è quest’ultimo la vera discriminante, il motore delle cose, ciò che differenzia il Samaritano dagli altri nove. È il credere in colui che ha dimostrato di essere il “mezzo” dell’amore di Dio e il rispondere a quell’amore, più che la fede in astratte norme e precetti religiosi che può permettere la salvezza. Solo chi risponde all’amore di Dio ne può diventare degno.
“Amor ch’a nullo amato amar perdona”.
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