Nozze di Cana - Terapia Breve e Salute
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L'idea di scrivere il piccolo libro "Il vangelo oltre le parole"  nasce da un'analisi psicologica quasi casuale del brano sulle Nozze di Cana.

Allora non capivo l'importanza di questa donna, ma quell'analisi mi aprì uno scenario inaspettato sull'importanza di Maria.

Da lì l'idea di analizzare anche altri brani del vangelo e la pubblicazione dell'opera.

Si  può  acquistare il libro sul sito dell'editore  Youcanprint, in altre librerie internet o in librerie che lo richiedano direttamente all'editore.

L'opera ha avuto una prima edizione, leggermente più breve, con il titolo "Il vangelo secondo una psicologa" recensita da Aurelio Penna, evangelico.

Una recensione alla seconda edizione è stata scritta da Stefano Donno e Luciano Pagano

Per evitare problemi di diritto di autore sono riportati i testi dalla Bibbia Diodati del 1877, ma l'analisi è stata condotta su traduzioni più recenti CEI.

Commenti e aggiornamenti sulla pagina Facebook Maria alle Nozze di Cana

 

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Nell'estate 2019 ho aggiunto in questa pagina l'analisi del brano della Genesi che narra la perdita del Paradiso terrestre, che mi è stata chiesta da terzi.





LE  NOZZE  DI  CANA   (da "Il vangelo oltre le parole")

 

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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Autore: Valentina Sciubba

pag.22-25    

.....Se la vita e la figura di Maria sono quindi strettamente e indissolubilmente legate al Figlio e sono un mistero per vari aspetti, c’è un episodio nel Vangelo che, se possibile, accresce ancora di più l’importanza di questa donna e il mistero che la avvolge: l’episodio delle nozze di Cana.

Papa Giovanni Paolo II deve averne colto l’assoluta rilevanza se lo ha inserito nella recita del S. Rosario tra i misteri della Luce. Vale la pena riportare il brano per intero (Gv. 2,1-11) dal Vangelo di Giovanni, il discepolo tra l’altro, che divenne il figlio acquisito di Maria ai piedi della croce.    

"1 E tre giorni appresso, si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era quivi. 2 Or anche Gesù, co’ suoi discepoli, fu chiamato alle nozze. 3 Ed essendo venuto meno il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. 4 Gesù le disse: Che v’è fra te e me, o donna? l’ora mia non è ancora venuta. 5 Sua madre disse ai servitori: Fate tutto ciò ch’egli vi dirà. 6 Or quivi erano sei pile di pietra, poste secondo l’usanza della purificazion dei Giudei, le quali contenevano due, o tre misure grandi per una. 7 Gesù disse loro: Empiete d’acqua le pile. Ed essi le empierono fino in cima. 8 Poi egli disse loro: Attingete ora, e portatelo allo scalco. Ed essi gliel portarono. 9 E come lo scalco ebbe assaggiata l’acqua ch’era stata fatta vino (or egli non sapeva onde quel vino si fosse, ma ben lo sapevano i servitori che aveano attinta l’acqua), chiamò lo sposo, e gli disse: 10 Ogni uomo presenta prima il buon vino; e dopo che si è bevuto largamente, il men buono; ma tu hai serbato il buon vino infino ad ora. 11 Gesù fece questo principio di miracoli in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria; e i suoi discepoli credettero in lui."    

In questo brano sono centrali lo scambio verbale tra Gesù e Maria e il successivo comportamento di quest’ultima. Nel rivolgersi a Gesù, Maria lo informa che è sopravvenuto un problema che rischia di rovinare il matrimonio: il vino per i commensali è terminato; ella così implicitamente sollecita il Figlio, se può, a fare qualcosa per risolvere il detto problema.
La risposta di Gesù è distaccata e quasi glaciale. Egli anzitutto non chiama Maria “madre”, ma “donna”, termine che rimanda soprattutto al passo della Genesi 3,15-20, laddove Dio, rivolgendosi al serpente, preconizza: “porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la tua stirpe e la stirpe di lei…”. Gesù così riconosce il ruolo salvifico di Maria, ma nello stesso tempo come un figlio ormai cresciuto, sembra rivendicare la sua autonomia nelle scelte, nei tempi e modi delle sue azioni. La frase successiva “non è ancora giunta la mia ora” è probabilmente esplicitabile come “non mi è arrivato alcun segno che io debba iniziare a manifestarmi più apertamente agli uomini”.  
La risposta comportamentale e verbale di Maria ha dello straordinario. Ciò che il Figlio le aveva appena detto avrebbe probabilmente gelato e frenato chiunque, non lei che invece si direbbe non ne è minimamente scalfita. Inoltre ella, ordinando ai servi di compiere ciò che il Figlio avrebbe detto, mostra un’incredibile sicurezza su ciò che sarebbe accaduto; è come assolutamente certa che Gesù si sarebbe adoperato per il bene, che avrebbe aiutato gli sposi.   
L’aspetto forse più importante comunque della risposta di Maria è il suo significato in riferimento all’affermazione di Gesù: “non è ancora giunta la mia ora”. Con il suo comportamento Maria indirettamente dice al figlio che la sua ora è giunta, che è tempo che egli inizi la sua missione e si manifesti al mondo. È Maria che spinge il Figlio nel mondo e, nel far questo, assume un ruolo che nella famiglia è solitamente rivestito dal padre.   Teorie psicologiche e pratica clinica indicano infatti che solitamente o comunque più frequentemente la madre è la figura che più tende a trattenere nell’ambito familiare i figli, a volte contribuendo a impedirne patologicamente il fisiologico “svincolo” verso l’autonomia, l’indipendenza economica e la realizzazione socio-affettiva; il padre al contrario è solitamente più pronto a favorire e promuovere il percorso del figlio verso l’autonomia.
L’operato di Maria appare anche quel “segno” che Gesù stava aspettando, quel segno che gli facesse capire che i tempi della sua manifestazione erano maturi.   Ciò mi ricorda anche l’enorme importanza che a volte riveste il consenso dei genitori riguardo alle scelte importanti dei figli nel loro percorso verso l’autonomia. Accade non infrequentemente che questo percorso si blocchi, con inevitabili gravissime conseguenze, proprio per l’enorme desiderio/bisogno da parte del figlio di questo consenso negato. Ciò può avvenire ad esempio se il legame affettivo è troppo stretto e uno dei due protagonisti abnormemente dipendente affettivamente dall’altro. Non è probabilmente questo il caso di Maria e Gesù, considerata la “durezza” della risposta di quest’ultimo a sua madre, la qual cosa denota una discreta e più che giusta “distanza affettiva”. Gesù d’altra parte si era già presumibilmente allontanato dalla sua famiglia di origine: aveva dimorato quaranta giorni nel deserto, aveva chiamato a sé i primi discepoli e probabilmente viveva assieme a loro. Ad ogni modo, Gesù praticamente “obbedisce” all’invito della madre ad agire, è pronto nel cogliere il momento, l’impulso, il segno dei tempi.  
Chi era questa donna così potente da sapere ciò che doveva avvenire e da decidere l’effettivo avvio della missione del figlio nel mondo? Quanto grandi il suo potere e la sua conoscenza dei piani di Dio? Per il piano di salvezza di Dio sono stati essenziali un uomo e una donna e Maria non appare essere solo lo strumento per la nascita del Cristo, ma una donna con potere decisionale e attiva promotrice della missione di quest’ultimo.  

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Autore: Valentina Sciubba

Genesi 3, 1-24

1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?". 2 Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"". 4 Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male". 6 Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. 7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

8 Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: "Dove sei?". 10 Rispose: "Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto". 11Riprese: "Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?". 12 Rispose l'uomo: "La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato". 13 Il Signore Dio disse alla donna: "Che hai fatto?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato".
14 Allora il Signore Dio disse al serpente:
 
"Poiché hai fatto questo,
maledetto tu fra tutto il bestiame
e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
15 Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno".
 
16 Alla donna disse:
 
"Moltiplicherò i tuoi dolori
e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ed egli ti dominerà".
 
17 All'uomo disse: "Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato: "Non devi mangiarne",
 
maledetto il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l'erba dei campi.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane,
finché non ritornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere ritornerai!".
 
20 L'uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
21 Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì.
22 Poi il Signore Dio disse: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre!". 23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. 24 Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita.
Questo brano della Genesi mi sembra imprescindibile per poter capire l’impianto della religione cristiana e probabilmente anche di quella giudaica.
Il capitolo inizia con l’immagine del serpente definito come “la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio” [1] il che pone evidentemente qualche dubbio sulla presenza del male nella creazione. Cercando sul dizionario Sabatini - Coletti la parola “astuto” si trova: “chi raggiunge ingegnosamente lo scopo a prescindere da considerazioni morali”. Il serpente pertanto era l’animale più intelligente, ma anche il più cattivo.  E’, come si vedrà meglio più avanti, una cattiveria che nasce dall’intimo, dal pensiero. C’era in lui il seme della cattiveria, della ribellione, dell’invidia ed è questo stato interno che lo rende astioso, amareggiato, malvagio, infelice.
Il serpente inizia col mettere in cattiva luce il Signore, dipingendolo come Colui che proibisce, limita, molto più di quanto in realtà abbia fatto  (nessun albero) [1]. La donna risponde invece in modo veritiero, riportando fedelmente la prescrizione avuta, come farebbe un servo che riporti quanto ha detto un superiore del quale si fida.
Si può individuare nella frase “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete” anche il ruolo del pensiero, della coscienza, evocatore e quasi “creativo” della realtà. E’ il pensiero, che evoca il male, un pensiero che si forma comunque attraverso il cibo e il tatto. 
E’ curioso che nei versetti 4 e 5 il serpente dica una mezza verità (conoscerete il bene e il male), ma in realtà ciò che desidera è che il genere umano conosca il male. Esso è invidioso della serenità, felicità dell’uomo e della donna, vuole che anch’essi sperimentino il male che egli già sperimenta nell’intimo, come si è detto in precedenza.
Perché non migliorare se c’è la possibilità? pensa presumibilmente la donna. Evidentemente c’era e c’è tuttora nell’uomo un anelito a migliorare, il che pone interrogativi sulla possibile evoluzione della creazione. E così la donna resta ingannata: conosceranno il bene e il male, ma in realtà soprattutto il male, perderanno l’amore di Dio e non diverranno come Lui. 
L’uomo “le va appresso” come si direbbe con un linguaggio parlato, la segue, si lascia trascinare.
E allora si accorsero di cosa era il male e le parti più dedicate all’amore diventano invece a rischio di ricevere del male, del danno,  e pertanto l’uomo e la donna si coprono [7]. Il male è anzitutto evidentemente la disobbedienza a Dio, perché da essa è derivata la conoscenza del male, di tutto quanto è sbagliato.
Il Signore viene poi forse a controllare o a godere della creazione e la coppia si nasconde perché sa di aver disobbedito [8]. Da qui l’importanza di fare la volontà di Dio e non di altri, come più volte sottolineato nei testi sacri dell’ebraismo e del cristianesimo.
Nel versetto  9 e ancor più nell’11,  Dio cerca l’uomo, vuole che l’uomo gli dica quale intelligenza, quale pensiero (chi) gli ha aperto gli occhi, cosa è successo e perché,  pur probabilmente già sapendolo. Vuole il confronto,  il che rivela un desiderio di relazione, forse anche di una relazione di amore, ma in cui la gerarchia e la differenza dei ruoli vanno rispettate
 
Nella risposta dell’uomo si legge la consapevolezza di aver sbagliato, di aver disobbedito e il timore dell’ira di Dio, del male che può derivargli, soprattutto dove può fare più male [10]. L’uomo riferisce esattamente ciò che è successo: “è andato appresso alla donna” , si direbbe quasi come un cagnolino, senza troppo riflettere.
La frase che poi il Signore Dio rivolge alla donna è molto più accorata: ormai la conoscenza di ciò che è avvenuto già c’è e pertanto in quel “Che hai fatto?” si può leggere anche un altro interrogativo del tipo: “Come hai potuto tradirmi in questo modo?” la donna riconosce di essere stata ingannata: dal suo atto sono derivati solo danni, come già detto in precedenza,
L’ira di Dio è terribile quando si rivolge al serpente. Questi ha rovinato si potrebbe dire “l’opera delle sue mani”, ha rovinato ciò che era puro e il Suo rapporto con l’uomo. Egli gli predice che sarà quanto più vicino a ciò che è greve: la terra, la materia, e quanto più lontano dal Cielo, da Sé.
Il Signore però poi collega immediatamente [15] quanto avvenuto al futuro quasi intendesse che ci sarà qualcuno che “lo vendicherà” e  rimetterà le cose a posto. E sarà la donna a generare una stirpe che combatta e vinca il serpente, poiché è la donna che genera. Genererà una stirpe, ma anche un uomo perché ambedue i sessi devono contribuire alla riparazione dell’offesa. Il genere umano ha sbagliato e dovrà riparare e pagare per l’errore commesso, e l’uomo probabilmente in quanto sesso forte, pagherà duramente, ma certo pagherà anche la madre. Si parla di stirpe perciò la lotta sarà lunga e durerà per generazioni e alcuni forse più di altri soffriranno o soccomberanno, poiché il serpente comunque “insidierà il calcagno”. La stirpe della donna ucciderà il serpente, prevarrà su di lui. La stirpe evidentemente, in quanto tale, parteciperà della vita dell’uomo e l’uomo della vita divina; come potrebbe infatti un semplice uomo “rimettere le cose a posto”, ricostituire un’armonia creata da Dio?
In queste poche righe perciò sembra esserci il fondamento della dottrina cristiana (la natura umana e divina di Gesù) e il motivo dell’eucarestia: partecipando ad essa infatti, si è, anche materialmente uniti al corpo di Gesù, si diventa la sua umana stirpe. 
Mi domando anche quanto questo versetto sia collegato all’interpretazione dell’ebraismo ortodosso secondo cui sono ebrei i discendenti per via matrilineare di madre ebrea.  
Dio predice poi alla donna sofferenze di vario genere predicendo anche quasi un rovesciamento del ruolo di preminenza che sembra aver avuto nei confronti del marito nella disobbedienza alla volontà divina [16].
Con l’uomo l’ira di Dio sembra manifestarsi in modo ancora più violento, come denota la frase “maledetto sia il suolo per causa tua!” che termina con un punto esclamativo. E’ come se desse all’uomo la colpa di aver rovinato tutto. Il consenso dell’uomo pertanto alla disobbedienza sembra essere stato determinante nel far sì che la sofferenza sia entrata dappertutto e accompagni tutta la vita. La vita diverrà difficile e faticosa [18 e 19]. 
L’ira è talmente forte che Dio umilia, distrugge, annulla l’uomo, gli toglie l’anelito di vita dicendogli “polvere sei e polvere ritornerai!”. Analogamente a quanto si è detto in precedenza il sesso forte sembra essere trattato più duramente.
E di nuovo con il versetto 20 c’è un contrasto tra la sorte che colpirà l’uomo ed Eva che non sarà solo la progenitrice dell’umanità, ma la madre di tutti i viventi, si pone cioè di nuovo l’accento sulla vita.
Nei successivi versetti il Signore si preoccupa di dare agli uomini quanto necessario per sopravvivere (li vestì), ribadisce la differenza di ruoli, di potenza e presumibilmente perciò di natura tra Dio e l’uomo, come anche sottolineato dalla parola “scacciò”, ripetuta due volte e  riavvicina di più l’uomo alla terra [23]. Pone poi ad impedire l’accesso al giardino di Eden e alla vita imperitura qualcosa a cui è difficile avvicinarsi (la spada guizzante), chiude ad oriente dove sorgono il sole e la luce, portatori di vita.

13.8.2019   Valentina Sciubba
 
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